Eccoci qui, a scrivere di nuovo.
Questo posto è magico. Il posto intorno, Trincomalee, Sri Lanka. Sulla spiaggia, un baretto, un localino in cui puoi bere un king coconut. Il mare davanti, la musica forse un pochino troppo alta ma, di parola in parola, sento che torno un po’ a casa: il posto dentro.
Non so ancora di preciso cosa sia per me la scrittura. Qualcosa di simile a tornare a casa, in certi momenti. Sentirsi di più, ma non come fare yoga o muovere il corpo, in cui si sente l’energia e la vita, in cui senti i pensieri che poco a poco vanno via. Qui è qualcosa di diverso: è come dirigere un flusso, come concentrarlo, come poter togliere l’attenzione dall’esterno ma senza distrarsi. È, paradossalmente, essere presente sia dentro che fuori.
Da questa posizione sento di voler condividere ancora. Sento che, come lo è stato per me in passato, quando mi sentivo solo e trovavo un po’ di sollievo nei libri, comincio a chiedermi – e forse comincio a credere – che qualcuno leggendo queste parole possa trovare sollievo alla propria solitudine.
Sentirsi soli a questo mondo, per quanto mi riguarda e per quanto poco a poco ho accettato, è una condizione normale. Al di là dell’esistenzialismo, trovo che sia una solitudine che riguarda gli incontri umani, l’offerta sociale e culturale che offre il mondo umano. Mi sono sentito solo per tutta la vita, in fondo. Ma sento che le cose stanno cambiando. Forse poco a poco ho smesso di credere, o di ricercare disperatamente, l’uscita dalla solitudine all’esterno. Forse poco a poco mi rendo conto di come la solitudine peggiore sia quella che riguarda la disconnessione con se stessi. Il tradimento di sé. Forse della propria anima.
Questa solitudine fa davvero male. Morde da dentro. È qualcosa che ha a che fare con un vuoto, con la depressione, con il non senso. Sei solo, sei stato lasciato anche da te stesso. Forse soprattutto da te stesso. Forse solo da te stesso.
Paradossale come adesso, su una spiaggia dello Sri Lanka, con tutto il tempo disponibile davanti a me, con la possibilità di seguirmi ovunque mi sentirò di andare e per tutto il tempo di cui sento di avere bisogno… Paradossale come in questa condizione di “massima solitudine”, mi sento meno solo. Mi sento più vicino a me stesso.
L’idea di scrivere e di condividere queste parole mi fa sentire come non mai una serenità, un senso di poter stare “meglio” nel vuoto. Un senso di non starmi “tradendo” o costringendo in attività, modalità, incontri, prospettive che non mi appartengono, e poco a poco cominciare ad abitare quella che è la mia verità. Quella che è la mia vita, quella che è la mia anima.
Respira, riprendi a respirare. Perché sento un nuovo brivido lungo la schiena. Mi sembra che ci siano delle energie che stanno iniziando a muoversi.
Forse sto pensando troppo al fatto che leggerà qualcuno, forse sto “indorando la pillola”. Quello che voglio fare qua è parlare veramente: parlare di me, parlare attraverso me stesso. Non voglio spiegare, non voglio correggere. Al massimo voglio spiegarmi e correggermi.
Sento che il mondo ha bisogno di magia, il mondo ha bisogno di poesia. Non ha bisogno di libretti delle istruzioni, né di chiacchiere. Già è pieno di queste cose. Credo ci sia un bisogno profondo di incontro, con se stessi e forse con quanto di simile e profondo c’è negli altri.
Superficie, distrazione, abbronzatura, velocità, rumore, dormire, perizomi in spiaggia. Respiro, brividi, paura, rabbia, gioia, tristezza e solitudine. Parole a caso, parole con un senso per me. Angoscia, giudizio, altalena, equilibrio. Sblocco. Il linguaggio interno, il linguaggio della mente che ogni tanto permette il mostrarsi dell’anima.
Sento un po’ di angoscia. Sento che questa cosa di scrivere con l’intenzione di pubblicare mi fa cambiare registro, mi fa cambiare contatto con me stesso. Mi fa tradire un po’?
Commenti recenti